Il Cammino delle Dee

Sono nata curiosa della natura umana e di quello che si muove dentro la dimensione soggettiva e anche trascendente in ognuno di noi. Mi sono più volte chiesta “chi sono” e più volte mi sono data risposte diverse. Tutti tentativi per dare un senso compiuto alla mia identità di “essere umano”. Ma nel farlo spesso mi sono incontrata con delle dimensioni che non potevano essere scisse dal mio “essere donna”, aspetti che non vedevo in altri ‘esseri umani maschi’. Così, ben presto, cominciai ad interessarmi a me come donna, alle donne della mia vita, alle condizioni culturali che mi hanno vista crescere e al mondo femminile in generale. La mia personale storia con altre donne mi ha portato a confrontarmi con gioie, fantasmi, dolori e esperienze intense di crescita e per questo mi sono avventurata a lavorare con e in gruppi di donne con l’intenzione di ritessere la sorellanza, ricreare nuove modalità di relazione che uniscano e non separino, riscoprire chi siamo e quali sono i condizionamenti dai quali ci vogliamo liberare per vivere a pieno le nostre potenzialità femminili, onorando la ricchissima diversità e modi differenti di essere donna al mondo.

Cercando spunti di crescita nella psicologia attenta alla dimensione interiore della Donna, sono arrivata al lavoro di Jean S. Bolen, psichiatra e psicoterapeuta junghiana che ha scritto il libro “Le Dee Dentro la Donna”. Dal suo lavoro, così profondo e chiaro, ho tratto ispirazione per creare il percorso esperienziale di Biodanza per Donne, Il Cammino delle Dee, che rappresenta metaforicamente la mappa di un territorio spesso sconosciuto: quello delle forze interne o modelli archetipici che plasmano la vita di una donna, determinando modi di agire, reazioni emotive, atteggiamenti e comportamenti. Il percorso si propone come strumento di comprensione, di esplorazione e di conoscenza di sé, e si avvale della Biodanza come sistema esperienziale per lo sviluppo dei potenziali umani che integra danza, musica e dinamiche di gruppo.

Come succedeva alle Dee dell’antica Grecia nel mito della mela d’oro, questi modelli spesso lottano per trovare espressione. Atena, Estia, Artemide, Era, Persefone, Demetra e Afrodite sono diverse l’una dall’altra e hanno tratti tanto positivi quanto negativi. Come le donne del gruppo, queste sono come specchi che si rimandano a vicenda aspetti di sè. Conoscere i territori delle Dee può essere utile affinché la donna possa sentirsi integra e in pace con la sua “natura complessa e polivalente” (Jean Bolen). Amare profondamente, lavorare in maniera efficace, essere creativa, saper accogliere il cambiamento, coltivare la dimensione interiore, impegnarsi nei rapporti… sono tutte qualità che trovano espressione quando “Le Dee dentro la Donna” sono in pace e in comunicazione fra loro.

Quando la donna impara a riconoscere quali Dee sono in lei forze dominanti, acquista una maggiore consapevolezza e autorevolezza che l’aiutano anche a contrastare gli aspetti negativi che ne derivano. Inoltre, come dice Jean Bolen, conoscere questi territori consente alla donna che sta “cambiando marcia” di esplorare aspetti diversi di sé, di spostarsi da un modello ad un altro o di compensare con l’attivazione di altre Dee per acquisire una percezione di sé più armoniosa. In ogni donna sono potenzialmente presenti tutte le Dee. Tuttavia, alcune di loro non vengono attivate, potenziate né sviluppate. Esplorarle, conoscerle ed attivarle è la proposta del Cammino delle Dee.

Cosa mi muove a facilitare questo percorso al femminile? Mi muove il mio desiderio di crescere insieme, di amplificare il nostro sguardo su quelle che sono le nostre potenzialità, di andare oltre i condizionamenti o i limiti che ci siamo auto-imposte identificandoci rigidamente con solo uno o due archetipi. Le finalità di questo percorso insieme li ho riassunte qui:

  • Onorare la diversità esistente fra le Dee e fra le donne del gruppo.
  • Esplorare importanti aspetti di sé, rappresentati da ogni Dea, attivi e latenti.
  • Attivare gli archetipi facendo esperienza concreta attraverso la Biodanza.
  • Diventare più consapevoli della presenza delle Dee nella propria vita, imparando a riconoscere le voci interne (quale Dea sta parlando e come questa ci influenza).
  • In caso di conflitto interno, creare le condizioni per usare “L’Assemblea delle Dee” come metafora del processo interno.
  • Sintonizzarsi sui propri bisogni, su quanto ci sta a cuore e trovare i modi più consoni per esprimersi.
  • Scegliere quale Dea (aspetto di sé) esprimere e quando.
  • Fare scelte consapevoli e decidere a quale Dea assegnare la ‘mela d’oro’.
  • Stupirsi nella scoperta delle nostre infinite potenzialità e di quanto più gioiosamente possiamo vivere le nostre vite.

Se senti che è un cammino per Te, unisciti a noi.

L’importanza dell’empatia

“Molte scoperte recenti in campo biologico, neurologico e antropologico ci offrono un’immagine dell’essere umano diversa rispetto a quella in voga durante l’Illuminismo. Per esempio, la scoperta dei neuroni specchio dimostra che siamo una specie sociale fatta più per l’empatia che per l’autonomia. (…) E’ una novità – stiamo pensando come razza umana. Abbiamo ancora una buona dose di xenofobia e pregiudizi ma penso che abbiamo colto la scintilla di qualcosa di nuovo e dobbiamo agganciarci ad essa perché è in gioco la nostra sopravvivenza”  (Jeremy Rifkin)

Perché è importante l’empatia

Che l’empatia sia una capacità con la quale nasciamo, è facilmente osservabile nei neonati. Se a un neonato lo si posiziona vicino ad altri neonati, come spesso avviene negli ospedali o nelle case di maternità, e questo inizia a piangere, subito dopo, come in effetto domino, gli altri neonati si uniranno al coro. Non sono consapevoli del motivo per cui lo fanno, ma lo fanno. Questo fenomeno di matrice biologica è stato chiamato “empathic distress”, ovvero, disagio empatico.

Nello sviluppo infantile, intorno all’età di due anni e mezzo, il bambino inizia a riconoscersi allo specchio e a percepire sé stesso più chiaramente. Inizia a formarsi una soggettività e l’empatia diventa man mano anche un fenomeno culturale. La definizione della sua soggettività va per mano con lo sviluppo della sua capacità empatica.

Il vero viaggio esistenziale inizia quando il bambino è in grado di comprendere che la vita è un ciclo fatto di nascite e di morti e impara che anche a lui spetta lo stesso destino di tutti gli altri esseri umani. In questa consapevolezza risiede il senso di fragilità e di vulnerabilità della nostra esistenza, e pertanto anche la nostra predisposizione alla solidarietà più o meno sviluppata in base ai condizionamenti culturali che riceviamo nel corso della vita. Nella fragilità dell’essere si nasconde la preziosità dell’esistenza. Nella nostra vulnerabilità c’è il seme della compassione e il desiderio di celebrare la vita.

Jeremy Rifkin afferma che l’empatia è l’opposto di utopia ed ironizza dicendo che non c’è empatia in paradiso. In paradiso non c’è più quella esperienza che porta noi mortali a riconoscere la sacralità della vita e a celebrarla. Non c’è mortalità come non c’è sofferenza e l’empatia si attiva anche di fronte al naturale riconoscimento ed accettazione del ciclo vita-morte.

L’empatia è una predisposizione biologica ed un’ emozione che si manifesta e cresce nei vasti terreni delle nostre imperfezioni, della nostra vulnerabilità e pertanto non è utopia parlare di una civiltà fatta di persone empatiche. Parlare di civiltà empatica significa proporre di rafforzare ciò che siamo già, ciò che è la nostra eredità biologica e ciò che questa ci consente di fare. Affermare che è possibile veder nascere una civiltà empatica è fare leva sul fatto che la natura ci ha preparato per stabilire legami di solidarietà, di amore e di collaborazione.

La ricerca dell’equilibrio organico

La complessità della dimensione fenomenologica del nostro essere, del nostro comportamento, dei nostri pensieri, delle emozioni e dei sentimenti, rispecchia la complessa meraviglia del suo correlato fisiologico. Il sistema nervoso serve all’essere umano per sperimentare se stesso e la vita che lo circonda, elaborando e trasmettendo informazioni dal nostro interno e recependo ed elaborando gli stimoli che arrivano dall’ambiente. Il sistema nervoso può essere considerato un sistema di regolazione delle funzioni corporee che comprende la totalità del tessuto nervoso dell’organismo. In altre parole, questo è incaricato di fornire informazioni sull’ambiente esterno ed interno, integrare le informazioni raccolte dai sensi, coordinare le attività sia involontarie che volontarie ed esercitare una funzione di modulazione e regolazione delle strutture e degli organi periferici.

La Biodanza agisce principalmente per ristabilire l’equilibrio neurovegetativo, cioè, l’equilibrio tra le funzioni ergotrope (di attività e vigilanza) e le funzioni trofotrope (di riposo e sonno). Ad ogni sessione di Biodanza si applica la curva metodologica che prevede un ricercato bilanciamento tra esercizi di attivazione del sistema adrenergico (il SNA simpatico) ed esercizi di trance e regressione fisiologica per attivare invece il sistema colinergico (il SNA parasimpatico). Questa integrazione delle funzioni ergotrope e trofotrope è uno degli obiettivi principali della Biodanza in termini fisiologici. Lo scompenso tra le azioni di questi due sistemi, chiamato squilibrio neurovegetativo, è molto comune nella vita attuale, che predilige lo stato di allerta e attivazione a scapito degli stati di rilassamento e rigenerazione che meglio si associano al riposo e al nutrimento nel senso più vasto del termine.

Considerato un sistema d’integrazione e di riapprendimento delle funzioni originarie della vita, la Biodanza, a livello fisiologico, favorisce la generazione di nuove reti neurali e arricchisce quelle esistenti ogniqualvolta integranti.

Visto che la nostra cultura occidentale privilegia lo sviluppo delle funzioni di controllo e inibizione della corteccia cerebrale, sede della cognizione, analisi e razionalità, la Biodanza cerca di compensare questo squilibrio creando un’ ambiente arricchito di eco-fattori positivi per l’espressione integrata degli istinti, delle emozioni, degli affetti e dell’intelletto.

 

L’ambiente arricchito

Hebb (1947) fu il primo a parlare di ambiente arricchito. La definizione generale di questo termine è “una combinazione di stimolazione inanimata e sociale”. Rolando Toro si ispirò a questo concetto adottato dalla scienza per far riferimento al fatto che una sessione di Biodanza è un concentrato di stimoli o di “eco-fattori positivi” che favoriscono l’espressione del potenziale genetico delle persone.

In base alle scoperte scientifiche sulla plasticità neurale, è possibile suggerire che più stimoli riceviamo, più plastiche diventano le nostri reti neurali. Più connessioni si creano tra di loro, più si manifestano le nostre potenzialità. L’esempio portato da Eric Kandel che nel 2000 vinse il Premio Nobel per i suoi studi sulla memoria, è di supporto a questa tesi. Lui verificò che anche gli stimoli sociali, ovvero le influenze dell’ambiente, possono essere “immagazzinati” nel nostro cervello. Seguendo questa logica, la stimolazione sensoriale ed emotiva che la persona riceve in una sessione di Biodanza la porterebbe a creare e a rafforzare rete neurali specifiche d’appartenenza, agendo a sua volta sulla memoria.

Non è quindi azzardato definire la sessione di Biodanza come un modello umano di ambiente arricchito, costituito dal contatto con diverse persone, dall’ascolto della musica, dalla danza e dall’esperienza emotiva intensa che coinvolge la dimensione cenestesica e viscerale. La Biodanza agisce sulla persona con l’intenzione di potenziare le sue innate capacità e di accelerare la formazione di nuove reti neurali, stimolando l’integrazione di tutti i sottosistemi dell’organismo umano.

La Vita al centro

“Il principio biocentrico, concetto di Rolando Toro, si riferisce principalmente alla complessità della vita organica e alle leggi che permettono la conservazione e l’evoluzione dei sistemi viventi.”

La filiazione biologica del vivente, la sua replicazione, la sua capacità di autorganizzazione, l’evoluzione selettiva, la differenziazione, la memoria, l’invarianza riproduttiva sono alcuni principi essenziali per la comprensione degli organismi viventi resi noti dalla scienza. Le scoperte delle scienze umane e naturali sollecitano la nostra attenzione verso il vivente. La funzione dell’istinto, le funzioni originarie della vita e i suoi principi organizzativi, dimostrano essere degni di considerazione e fonte di ispirazione anche per la nostra vita da individui con un’identità socialmente e culturalmente condizionata.

Il “Modello Teorico della Biodanza” prende spunto principalmente da queste dimensioni del sapere per rappresentare il suo metodo. Il principio biocentrico, concetto di Rolando Toro, si riferisce principalmente alla complessità della vita organica e alle leggi che permettono la conservazione e l’evoluzione dei sistemi viventi. Per questo, anche se la pratica della Biodanza può essere letta da diversi livelli di conoscenza, il suo aspetto biologico è, senza dubbio, uno dei più caratterizzanti.

I neuro scienziati tendono a confermare che siamo tutti interconnessi attraverso una rete neurobiologica. Inoltre, a qualsiasi livello di osservazione, sia molecolare, cellulare, organico, psicologico o sociale, pare che in tutti e in tutto ci sia un’ unidualità, ovvero un’ appartenenza ad un’ ordine maggiore che al tempo stesso tiene conto della specificità delle sue parti. Partire da questa premessa è un punto di forza del “Modello Teorico della Biodanza”.

Fino a poco tempo fa si credeva che il nucleo di una cellula, che contiene il DNA, fosse il suo cervello. Con le ricerche e le scoperte del biologo molecolare Bruce Lipton, precursore dell’epigenetica che studia la modulazione genica in base alle alterazioni della chimica cellulare, si è successivamente scoperto che le cellule possono vivere e funzionare bene anche quando i nuclei vengono asportati. Da queste ricerche emerge che il vero “cervello” della cellula è la sua membrana, che è reattiva agli stimoli esterni e si adatta dinamicamente all’ambiente. Il comportamento cellulare è definito in base allo scambio di stimoli con il contesto d’appartenenza. In altre parole, pare che non sia la gerarchia, ma la connettività, ovvero la capacità di relazionarsi con l’ambiente, la chiave per la sopravvivenza ed evoluzione delle nostre cellule.

Le scoperte stanno però sobbarcando i limiti dell’immaginario e mettendo in forte dubbio gli assiomi sui quali grande parte della scienza si è finora appoggiata. E’ necessaria una nuova alleanza tra tutte le discipline umane, come ci auspica il Premio Nobel per la Chimica, Ilya Prigogine. L’interconnessione non si limita al livello puramente organico. Questa membrana cellulare è anche in grado di rispondere all’attività del pensiero e all’esperienza emotiva, il ché, tradotto in termini esistenziali, potrebbe stare ad indicare che la persona è in grado di influenzare il suo funzionamento cellulare e i processi di rigenerazione cellulare. Nella misura del possibile, l’esercizio della scelta degli ambienti e gli stimoli a cui esporsi potrebbe diventare determinante.

L’importanza di un lavoro che miri ad integrare gli aspetti della totalità umana, partendo dal riequilibrio neurovegetativo, è evidente di fronte alla plasticità e dinamismo della nostra biologia e genetica. Resa superabile l’illusione del determinismo genetico e del determinismo ambientale, e scoprendo la complessa trama di interazioni tra i diversi livelli della vita, non è difficile riconoscere il valore del lavoro d’integrazione che fa la Biodanza.

Fino a poco tempo fa si pensava che i neuroni degli adulti non si dividevano. Oggi, per fortuna, sappiamo che i neuroni possono moltiplicarsi in buone condizioni ambientali. Sappiamo che il sistema nervoso endocrino e quello immunitario sono interconnessi e formano una rete. Abbiamo scoperto che il nostro DNA contiene dei “potenziali”, cioè delle propensioni genetiche che possono, come no, rendersi manifeste in base agli stimoli a cui ci esponiamo. Il DNA è il ricettario della vita, ma noi siamo gli artefici. Stiamo diventando consapevoli che il modo di stare al mondo influisce sulla nostra predisposizione a sviluppare una malattia piuttosto che un’altra, come suggerisce Andrew Newberg e tanti altri scienziati e studiosi.

La plasticità neurale, ovvero, il fatto già ampiamente dimostrato che la quantità, la consistenza e il funzionamento delle reti neurali non è finita ed irreversibile come si pensava, sta ad indicare la capacità della nostra architettura neurale di riadattarsi e di rigenerarsi nel corso della nostra vita. Detto questo, rimane certo il fatto che ci sono “periodi critici” quali la prima infanzia, particolarmente “plastici” e dopo i quali questa capacità è significativamente ridotta, ma mai persa del tutto. La plasticità neurale negli adulti è importante per i processi di apprendimento e di memoria, ma di particolare importanza nei fenomeni di recupero di funzioni cognitive, motorie e relazionali dopo lesioni del sistema nervoso. I neuroni che non hanno sofferto una lesione possono compensare gli altri riorganizzandosi ed innervandosi con quelli che invece sono rimasti isolati. Gli stimoli che noi abbiamo ricevuto e riceviamo dall’ambiente ci permettono di creare e rafforzare, attraverso la meravigliosa architettura del nostro sistema nervoso, espressa in attività elettrica sinaptica, alcune connessioni neurali a scapito di altre, plasmando il nostro cervello nelle forme più sofisticate possibili.

La scienza continua a sfornare scoperte rivoluzionarie che si intrecciano tra di loro, obbligandoci a prestare attenzione ad aspetti della natura umana prima relegati al mistero. Un’altra linea di ricerca interessante, piuttosto recente e ancora da approfondire, è quella della genomica psicosociale. La genomica psicosociale si dedica a studiare le relazioni tra le esperienze umane e l’espressione genica (i geni). Uno dei pionieri è Ernest Rossi, scienziato statunitense che suggerisce che ci sono diversi “cicli adattativi” che rendono la nostra genetica modulabile da diversi livelli, incluso quello cognitivo, emozionale e comportamentale. Il flusso classico di informazione potrebbe essere, ad esempio, che i geni generano una proteina che compie un’azione- funzione per l’organismo. I risultati delle ricerche in ambito di genomica psicosociale, suggeriscono che esistono, però, altri flussi di informazione, e che l’esperienza della mente e altri tipi di esperienza, ad esempio quella emotiva, possono altrettanto modificare l’espressione dei geni. In altre parole, questo suggerisce che la conoscenza, le esperienze psicologiche, i vissuti emozionali ed spirituali potrebbero modulare la nostra genetica. Ad altri livelli di organizzazione, questa scoperta potrebbe stare ad indicare che la ripetuta esposizione a nuovi stimoli può portare ad una ricontestualizzazione del nostro vissuto con un conseguente effetto sul nostro organismo, tale come propone la Biodanza con i suoi esercizi di trance integranti e fisiologiche.

Il valore della vivencia

“un’esperienza vissuta con grande intensità nel qui ed ora”

Fu Wilhelm Dilthey, filosofo e psicologo tedesco (1833 al 1911), il primo studioso a proporre il termine vivencia  (in tedesco Erlebnis) come un “qualcosa rivelato nel complesso psichico dato nell’esperienza interna di un modo di esistere la realtà per un individuo”, concetto che diventò chiave per tutta la corrente di pensiero fenomenologica di Merleau-Ponty e per grande parte della filosofia contemporanea. Dilthey concepì la vivencia come concetto fondante della sua filosofia dello spirito. Per lui la vivencia è un complesso di stati d’animo che costituiscono l’esperienza interiore; è un modo di esistere una realtà per un individuo.

Rolando Toro allargò il concetto di vivencia enfatizzando l’aspetto incarnato di questa e così divenne concetto base della sua metodologia. La definì come un’esperienza vissuta con grande intensità da un individuo nel momento presente. Decisamente coinvolgente, la vivencia è un’esperienza totale. Quando si è raggiunto lo stato di vivencia, la persona partecipa nella sua interezza coinvolgendo principalmente la propria dimensione spirituale, emozionale e viscerale. La vivencia non è quindi un semplice susseguirsi di emozioni in un tempo dato, né la si può confondere con il sentimento, di elaborazione e di durata maggiore.  La vivencia è la percezione più completa dell’essere vivi “qui e ora”.

Attraverso la stimolazione emozionale e cenestesica, la persona che è solita vivere in uno stato di frammentazione, gradualmente può accedere ad una consapevolezza incarnata della sua presenza nel mondo, riappropriandosi del suo senso di Sè come unità. Si tratta di una conoscenza multidimensionale ed esperienziale che si matura progressivamente e non si limita alla conoscenza simbolico-razionale.

In Biodanza la vivencia ha come obiettivo di stimolare la “funzione arcaica di connessione con la vita” attraverso una serie di esercizi che hanno il potenziale di evocare vivencia integranti. La vivencia può scaturire spontaneamente, ma qualunque sia l’intensità di vivencia sperimentata, questa necessita della predisposizione dell’individuo ad abbandonarsi all’esperienza.

La sessione di Biodanza si prefigura come un laboratorio esperienziale dove la vivencia può avere luogo con maggiore facilità, grazie all’ambiente arricchito che rappresenta. La presenza del gruppo, il movimento e la musica agiscono quale concentrato di stimoli per agevolare un vissuto di grande intensità. La metodologia della Biodanza consente alla persona di sentire che la vita continua a scorrere e che non c’è scissione tra l’esperienza soggettiva dell’individuo e le azioni che lei/lui intraprende per il suo sviluppo, anche all’interno della sessione.

La percezione di completezza ed integrazione avviene potenzialmente su tre livelli che interagiscono e si condizionano vicendevolmente pur mantenendo una loro autonomia di base: il livello cognitivo, il livello esperienziale (vivencial) e il livello viscerale. Detto questo, la Biodanza da priorità nella sua prassi alle emozioni, agendo principalmente dal basso verso l’alto, dalle vivencia ai significati. Lo spazio per l’integrazione della funzione cognitiva e del pensiero simbolico arriva in secondo luogo come eco di ciò che prima avviene a livello “vivencial”. Come suggerisce Eugenio Pintore, un metodo basato sulla vivencia consente il recupero della dimensione esperienziale dell’apprendimento e il superamento della scissione tra conoscenza ed esperienza, aspetto importante di una nuova epistemologia che restituisce alla percezione umana il suo legittimo valore.

Il senso di essere interconnessi con gli altri e con la vita è facilitato dall’acquisizione di una conoscenza corporea della propria soggettività. Grazie ai meccanismi di feedback che si instaurano spontaneamente con gli altri durante le danze, la persona inizia a diventare partecipe della creazione di uno spazio intersoggettivo con l’Altro. Sentirsi capace di creare e costruire “insieme” è fondamentale per abbattere il senso di solitudine e isolamento che portano all’illusione di sentirsi separati dal resto, chiusi in noi stessi.

Le neuroscienze hanno scientificamente messo in luce l’esistenza del correlato neurale della nostra natura intersoggettiva, i neuroni specchio, che consentono il “rispecchiamento” interno di quanto avviene nel mondo circostante, particolarmente di quanto accade ad altri esseri umani. Nella vivencia questo rispecchiamento è facilitato ed accessibile grazie all’empatia.

Nelle vivencia atte ad evocare questa percezione di interconnessione, si ha la sensazione di cadere in uno stato di permeabilità con l’Altro e con l’ambiente circostante. La persona supera, non intenzionalmente ma in modo spontaneo e fluido, l’ostacolo che la separa da chi ha davanti. Di conseguenza, l’apertura all’Altro può portare la persona a percepire una piacevole sensazione di alterazione o trasformazione della propria identità, e anche, a volte, una vera e propria sensazione di “espropriazione momentanea della soggettività”, un “ritorno all’indifferenziato”, come piaceva descriverla a Rolando Toro. In tante altre discipline e tradizioni questa esperienza trascendente viene descritta come  la “sensazione di essere uno con il Tutto”.

Come l’esistenza umana, la vivencia non è misurabile. Sembra quasi accogliere in sè il principio di indeterminismo proprio della fisica quantistica, che ha dimostrato che l’osservatore modifica l’osservato, cioè, che la persona stessa modifica con la sua esistenza la realtà che abita e la percezione che ha di essa.

La vivencia ha gradi e intensità variabili e a seconda della sua profondità, consente alla persona un livello d’integrazione a sé stesso, all’Altro e all’Universo diverso. La vivencia nel suo livello più profondo “annulla la distanza tra ciò che si sente e l’osservazione del proprio sentire”. E’ temporanea, ma allo stesso tempo eterna in quanto può precedere la mente razionale e svincolarsi dal tempo cronologico.

La lungimiranza della Biodanza

“Biodanza ci porta ad una percezione nuova e luminosa di noi stessi e dell’altro, una visione interiore ampia per percepire e gustare la realtà, una dimensione di libertà espressiva e di vastità emozionale: ecco perché Biodanza, più che una terapia, è una nuova sensibilità, una forma di pedagogia, una poetica dell’incontro con se stessi, con l’altro e con la totalità.” 

Già negli anni ‘50 Rolando Toro, psicologo ed antropologo cileno, iniziava a testare gli effetti della musica e della danza sui pazienti psichiatrici dell’Università di Santiago del Cile. Il libro Biodanza scritto da Rolando Toro e a cura di Eliane Matuk, che raccoglie il pensiero di questo uomo che seppe anticipare con la sua profonda sensibilità ed intuizione tante scoperte scientifiche dei nostri tempi, fu pubblicato per la prima volta nel 2000 e riedito nel 2007. Il motivo è stato chiaramente espresso dalla curatrice nella premessa dell’ultima edizione: “l’autore ha voluto aspettare che se ne dimostrasse l’efficacia perché fosse per lui accettabile l’idea della sua divulgazione”.

Personalmente conosco la Biodanza dal 2005 e non solo mi ha permesso di superare diverse situazioni critiche della mia esistenza, ma mi ha dolcemente portata a maturare una sensibilità diversa davanti alla vita, che oggi sono felice di poter condividere con i miei simili e con il mondo.

La Biodanza è oramai diventata un sistema praticato in quasi tutto il mondo, diffusosi molto velocemente dagli anni settanta in Sudamerica, America Centrale, Nord America, Europa, Sudafrica, Tanzania, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Un sistema applicato a differenti gruppi di lavoro, persone adulte sane, persone adulte con disturbi psichiatrici o disturbi psicofisici, persone anziane, bambini. E’ un sistema operante anche in differenti contesti: in ambito privato o pubblico, negli ospedali, nelle scuole ecc. E’ anche un movimento oggi in continua espansione, incidendo positivamente sulla vita di migliaia di persone. La sua potenza espansiva radica nell’efficacia della sua risposta alle sfide del nostro tempo come proposta di sensibilizzazione profonda alla vita.

Nei circa cinquanta anni trascorsi dai primi esercizi scaturiti da una metodologia basata sull’associazione musica-movimento-emozione, allora chiamata psicodanza e non molto tempo dopo ribattezzata Biodanza, la Biodanza si è nutrita da una molteplicità di saperi scientifici, umanistici ed artistici e nel tempo ha rafforzato, riscoperto e riconfermato la scientificità alla base della sua metodologia. Come dice Rolando Toro nell’introduzione del suo libro, “molte forze si sono manifestate dentro di me per condurmi finalmente all’ideazione di questo insieme d’arte, scienza e amore”. Nella confluenza di saperi, informazioni e continue nuove conferme provenienti dalla scienza, in particolare dalle neuroscienze e dalla biologia, la Biodanza creata da Rolando Toro rimane un sistema semiaperto, vivo, organico, che si riconosce appartenente ad un’ Universo complesso e molteplice. Proprio per la sua capacità di vivere in questa complessità, la Biodanza è in continuo ascolto della sua efficacia e può essere applicata a grande parte dell’Umanità e non solo ad alcuni gruppi umani.

Gli avvenimenti del ventesimo secolo e dei tempi attuali, hanno portato ad un grande numero di persone a riflettere e ad agire, con un crescente e reale senso di emergenza e disperazione, sulla percezione disturbata che fa sentire l’individuo in sé frammentato e separato dal suo simile e dalla natura. In concomitanza alla brutalità di alcuni episodi storici che segnano e continuano a segnare il nostro passaggio per questo generoso ecosistema chiamato Terra, c’è una porzione di Umanità, sempre più crescente in numero e sempre più trasversale, in quanto coinvolge migliaia di persone di diverse provenienze socio-economico-culturali, che insiste nel definire il periodo attuale come un tempo di transizione e nel proprio agire cerca di ristabilire il legame dell’individuo con la specie umana e il pianeta. Da anni testimoni di queste manifestazioni dell’azione umana che tristemente ci separano dai mammiferi senza neocorteccia, sono consapevoli del bisogno imperante di ripristinare il senso di integrità umana.

In questa ottica, la Biodanza partecipa ad una visione diversa e il suo esercizio costituisce una pratica di incontro, dove i partecipanti sono invitati a superare ideologie e separatismi e a riscoprire il profondo valore nel ristabilire il legame a sé, al simile e all’Universo. Un legame che tutti coloro che lo desiderano sono in grado di ristabilire, perché parte dall’esperienza del corpo vivente e dall’esplorazione delle sensibilità che abitano questa coscienza incarnata. Nessun altro requisito.

Nell’esperienza di integrazione l’individuo non solo è in grado di sentire la vita scorrere dentro di sé, di percepire il senso di solidarietà umana, la sensualità del vivere, l’impeto vitale e la forza creatrice che tutti abbiamo, ma non riesce più a scindere le sue azioni dal suo sentire e pertanto non riesce più a contribuire con serenità ed indifferenza alla sopravvivenza di un modus vivendi che non rispetta il patto ancestrale di interconnessione che abbiamo con i nostri simili e la natura. Nelle parole di Rolando Toro:

“La Biodanza (…) si propone di restaurare nell’essere umano il vincolo originario con la specie come totalità biologica, e con l’Universo come totalità cosmica”.

Definizione di Biodanza

“un sistema di integrazione umana, di rinnovamento organico, di rieducazione affettiva e di riapprendimento delle funzioni originarie della vita”

La danza per il sistema di Rolando Toro è considerata nel suo significato primordiale di collegamento alla vita, un movimento integrante e naturale che ci è proprio ancora prima del linguaggio. La danza come tale è espressione dei moti vitali della persona e canale di integrazione ad un nucleo sociale più vasto, alla comunità umana. La Biodanza pertanto non è ballo, ma un sistema composto da una serie di esercizi  ispirati ai gesti naturali dell’essere umano e che hanno come obiettivo il risveglio della nostra sensibilità ed una graduale e facilitata manifestazione dei nostri potenziali genetici, principalmente quello affettivo. La Biodanza è stata negli ultimi anni definita da Rolando Toro come…

“un sistema di accelerazione di processi di integrazione a livello cellulare, immunologico, metabolico, neuroendocrino, corticale ed esistenziale mediante la vivencia indotta in ambiente arricchito dalla musica, la danza, il contatto, la carezza e la presenza del gruppo”

Per vivencia si intendono esperienze di intenso coinvolgimento emozionale, cenestesico e viscerale, vissute e percepite dalla persona con presenza nel “qui ed ora”.